Quando il tema di una manifestazione internazionale non è semplicemente uno slogan ma diventa metodo di ricerca, il senso della partecipazione cambia. Paris Deco Off 2026 — in programma dal 14 al 17 gennaio nei quartieri di Rue du Mail, Place des Victoires, Saint-Germain-des-Prés e Place Saint-Sulpice — propone “L’Envers du Décor” (letteralmente “Il rovescio della scenografia” o più liberamente “Dietro le quinte della decorazione”), non come provocazione estetica, ma come inversione consapevole dello sguardo. Il grande pubblico immagina il decoro come istantaneità, come scelta veloce tra opzioni standardizzate. Questa edizione porta alla luce ciò che rimane invisibile: i mestieri, le filiere, le decisioni strutturali che trasformano una fibra in un oggetto d’uso e bellezza simultaneamente.
Oltre 150 showroom internazionali — da Lelièvre Paris a Rubelli, da Création Baumann a Schumacher — propongono questa prospettiva rovesciata. Non attraverso dichiarazioni di marketing, ma per mezzo della materia stessa, della texture, del colore scelto con consapevolezza, dei processi documentati con rigore. È una ricerca che prefigura il mercato dei prossimi 18 mesi, e che parla direttamente a chi lavora nel settore dell’arredamento: architetti, designer, artigiani come me, e chiunque comprenda che la qualità non è estetica superficiale, ma risultato di scelta e rigore progettuale.
Quello che sto toccando negli showroom
Sulla texture, la tendenza è univoca e diversa da quella che ipotizzavo. Non è il velluto drammatico di tre anni fa (spesso, rifrangente, quasi teatrale). È il velluto biologico, di cotone o fibre miste, dove il pelo permette al colore di riposare, anziché rifletterlo. Crea una profondità ottica che prima richiedeva lavorazioni complicate. Adesso è semplicità estetica + processo pulito. Tutti i grandi editori seguono questa direzione. Tocchi il tessuto e noti che il colore non è in superficie, è dentro la fibra.
Il lino è tornato assoluto protagonista, e lo vedo ovunque. Ma non come categoria generica. Lino a trama grossa — quello che noi, quando eravamo in full swing commerciale, vedevamo come “rustico”. Qui è visto come sofisticazione consapevole. Trama irregolare, fibre visibili, colori non uniformi — tutto questo è diventato qualità, non difetto. Non romanticismo, semplicemente: la materia naturale che racconta sé stessa.
Negli showroom di Rue du Mail ho toccato campionari che sono quasi uno statement: lini francesi, tinti con metodi che riducono drasticamente il consumo d’acqua, raccolti in Normandia, tessuti a Rouen. Card esplicita: consumo d’acqua, impact carbonio, provenienza. Non per fare marketing, ma perché il cliente, sia un architetto, un designer, o un privato, vuole fare acquisti consapevoli e comprendere cosa sta acquistando.
I colori che sto vedendo
Palette completamente diversa dai neutri freddi di qualche anno fa. Colori saturi, avvolgenti, legati alla terra e alle pietre. Verde giada, verde oliva (frequente), terracotta, sabbia, ocra — non come trending color ma come base della ricerca. Accanto: blu petrolio, bordeaux, prugna, tonalità che nel 2018-2019 avresti detto “scure, limitative”. Adesso sono sofisticate, territoriali, abitabili.
Quello che mi ha sorpreso: non è trend pastel, non è trend minimal. È il contrario assoluto. È colore che occupa lo spazio. E non è caos — c’è ricerca spaziale dietro. I designer stanno pensando a come il colore dialoga con l’architettura, la luce, il tempo (come invecchia, come cambia con le stagioni). Raramente vedo cartelle che buttano giù 20 colori. Vedo edit rigorose. 8 colori, massimo 12. Punto.
Il pattern e la geometria
Qui è dove vedo il cambio più radicale nella ricerca progettuale. Geometrie biomorfe (Curvilinee anziché rettilinee — curve fluide e organiche invece di linee diritte e rigide. Bulbose e lussureggianti — con volumi morbidi e arrotondati. Non geometriche ma familiari — astratte eppure riconoscibili come riferimenti a esseri viventi. Vagamente sferiche e informi — prive di spigoli netti e definizioni precise e organiche, ma costruite, non caotiche.) Pattern che mimano ramificazioni, cristallizzazioni, sezioni botaniche — ma realizzati con tecnica jacquard precisa. Quello che non vedo, e questo è importante per il nostro lavoro: pattern floreali stile “farmhouse” (2016-2019). Pattern massimalisti anni 80 fine secolo. Geometrie fredde e simmetrie forzate.
Quello che vedo: ricerca che ha una logica sottesa. Il botanico non è realistico (non è “stampo il fiore”), è interpretato, costruito come dato strutturale.
Tre cose che ho notato da artigiano e che mi riporto a Rimini
Uno: il tema del processo è diventato il vettore di valore. Non è più margine della conversazione di vendita. È il centro. Se sei un produttore — indipendentemente da dimensione — devi poter raccontare il tuo processo con precisione. Non con vaporosità. Con dati, campioni, documentazione. Ho visto uno showroom con una lavagna dove hanno tracciato la timeline: ore di lavoro mano dal design al prodotto finito, numero di operai coinvolti, scarti gestiti e riciclati. Non era pubblicitario, era informativo. I clienti lo apprezzavano.
È uno scatto che riconosco nel mio stesso lavoro: ogni tenda che confeziono a mano, ogni punto, ogni scelta di fibra — tutto questo inizia a valere non perché “fatto a mano” (categoria abusata), ma perché raccontato con precisione. Il cliente non vuole sentir dire “artigianale”. Vuole capire. Quante ore di lavoro? Quale tipo di cucitura? Perché questo lino e non un altro? Questo cambio di prospettiva rende il mio mestiere più consapevole, e il valore che genero più tangibile.
Due: la sostenibilità non è più comunicazione. È ingegneria di prodotto. I tessuti non sono “sostenibili” — sono costruiti con scelta consapevole di processo (no tinte chimiche aggressive, acqua controllata, filiera corta). E il cliente lo sente dalla qualità tattile, non dalla parola. È un cambio serio nel modo di progettare.
Tre: la personalizzazione è diventata standard, non opzione. Tutti gli showroom serio permettono variazioni di colore, mix di pattern, finiture personalizzate. Non è più “su ordinazione” — è la norma. Significa: i grandi player si comportano come artigiani.
Chi sta generando engagement qui
Le maison che stanno raccogliendo più attenzione sono quelle dove la ricerca è trasparente, dove il tessuto parla di una scelta consapevole piuttosto che di trend del momento. Non sta vincendo chi ha il booth più grande. Sta vincendo chi riesce a trasmetterti, nel giro di 30 secondi nel showroom, che il tessuto che stai toccando è il risultato di una scelta consapevole, non di un algoritmo commerciale.
È una differenza tangibile. Molti editori non propongono “la collezione nuova”. Propongono ricerca che rifiuta di seguire moda. Non si espongono “campionari”, ma qualità che si tocca nel dettaglio, che non ha fretta. alcune maison hanno optato per il rigore tecnico comunicato attraverso ogni fibra.
Il pattern è univoco: chi fa del processo visibile il suo primo statement, raccoglie interesse. Chi continua a pensare che il prodotto basti a se stesso, passa inosservato… per me!
Quello che cambia per chi fa tendaggi su misura
Il cliente che vedremo tra sei mesi in studio non sarà più interessato al “tende che coprono”. Sarà interessato a tende che raccontano qualcosa della spazialità della sua casa. Il tessuto non sarà l’elemento minore. Sarà il racconto principale — e noi avremo il compito di sceglierlo non per trend, ma per coerenza della ricerca abitativa.
Qui a Parigi, confido in un cambio di tendenza netto. Basta comprare “colore del momento”, il brand stagionale, o inseguire la tendenza che tutti hanno. Sembra, e spero sia così, che oggi qui si compra ricerca di senso nella scelta. Il rosso bordeaux non è “bellino” — è una decisione che trasforma come i tuoi spazi dialogano con la luce, con il passare delle stagioni, con il tempo che passa. È una scelta che modifica gli ambienti, che li rende tuoi.
Questo risuona con quello che ho caparbiamente portato avanti negli anni: non ho mai venduto “il colore della stagione” o “il tessuto trendy”. Ho proposto tessuti che permettono allo spazio di diventare abitazione consapevole. Una tenda non è decorazione applicata, è architettura del comfort per me. Cambia come la luce entra, come ti senti dentro, come l’ambiente respira. Questo è la direzione che sembra stia prendendo il mercato — e sono felice di scoprire che la direzione che ho intrapreso anni fa non era controcorrente, era semplicemente anticipatrice di questo cambio.
Torno in studio domani. Ho tantissimo materiale da rivedere e mille idee su cui iniziare a lavorare.

